Cittā di Monselice

CHIESE, MONUMENTI E PALAZZI




La Torre Civica
Palazzo e Loggetta del Monte di Pietà
Chiesa di San Paolo e Cripta di San Francesco
Il Castello
Ca' Nani Mocenigo
Antica Pieve di Santa Giustina
Porta Romana
Santuario Giubilare delle Sette Chiese
Esedra di San Francesco Saverio
Chiesa di San Giorgio
Villa Duodo
Mastio Federiciano
Chiesa di Santo Stefano
Chiesa di San Tommaso
Chiesa di San Martino
Chiesa e Convento di San Giacomo
Villa Pisani
Villa Contarini

Villa Emo Capodilista
Villa Buzzaccarini




















La Torre Civica
La Torre Civica o Torre dell'Orologio, sita in Piazza Mazzini - un tempo Piazzetta del Municipio - fu costruita nel 1244, unitamente ad altre opere di difesa e fortificazione, per ordine di Federico II (presente a Monselice nel 1239), dal suo Vicario Ezzelino da Romano. Ciò si deduce da un'iscrizione incisa su una lapide di marmo collocata all'esterno, sul lato sinistro della Torre.
Verso la metà del 1400 a ridosso della Torre venne costruita una loggetta, a cui si accedeva da un piccolo piazzale con tre gradini, e da essa si entrava alla cancelleria “civilis notariorum” che occupava il piano terreno della Torre. In occasione dei restauri compiuti nel 1504 la Torre fu sopraelevata e venne costruita l’attuale cella campanaria. La sopraelevazione fu effettuata allo scopo di collocarvi la campana comunale. Secondo gli storici, al tempo della guerra di Candia (1645-1669), per sopperire ai bisogni dello Stato Veneto, fu venduta parte del territorio comunale che appartiene oggi al comune di Pozzonovo. A Monselice sarebbe andata in dono la campana municipale, che è tutt’ora conservata nella Torre Civica. La campana risale al XV° secolo ed è fregiata, secondo alcuni storici, di caratteri longobardi. Curiosa è l'origine di questa iscrizione nonché della reale appartenenza etnica e dell'alfabeto adottato. Nella campana vi è incisa una leggenda la cui traduzione in italiano recita:
Martino è il mio nome. Il mio suono è cosi sonoro da essere intenso. Voglia Iddio conservarlo dovunque. Walter Karives mi fece nell’anno 1482.
Lo scritto risulta in lingua parlata a Bruges, capitale delle Fiandre Occidentali, detta la “Venezia del Nord". Si può ipotizzare che con il commercio esercitato da Venezia nelle Fiandre, la campana fiamminga sia potuta capitare a Monselice. È significativo il fatto che detta campana è conosciuta da tutti con il nome di "Martino".
Venute meno le esigenze militari, dopo la sconfitta di Agnadello nel 1509, la Torre fu utilizzata per usi civili e al pianterreno fu collocata (sec. XVI) la Camera dei Pegni. A tale scopo vennero eseguiti opportuni adattamenti, fra cui il più evidente è il trasferimento della porta di ingresso da destra a sinistra. A questo proposito, osserviamo che a destra fu lasciata una finta porta con soprastante una pietra capitello sporgente. Successivamente, a seguito del trasferimento del Monte di Pietà nel Palazzo della Loggetta, il locale della Torre fu sede dell'archivio e cancelleria notarile fino al 1850 circa, anno in cui fu trasferita a Padova.
Sotto la dominazione austriaca, i locali furono utilizzati dalla guardia militare e nel 1866 dalla guardia nazionale.
In seguito, una volta abolito il corpo della guardia nazionale, lo stanzone venne usato come dormitorio degli accenditori della pubblica illuminazione. Cessata l'illuminazione a petrolio, il locale ebbe varie altre destinazioni ad uso comunale, ad esempio quello di deposito delle panche dei venditori ambulanti nei giorni di mercato. Nel dopoguerra, per un certo periodo, i locali furono utilizzati come deposito per le associazioni d'arma.
Nel 1895 sotto la loggetta venne collocato il busto in bronzo di re Vittorio Emanuele II. Nel 1933 il podestà Ing. Mazzarolli, nel ripristinare la Torre, fece abbattere la loggetta e trasportò il busto del re sulla facciata del municipio.
La Torre Civica ospita un orologio perfettamente funzionante, di cui non si ha notizia certa circa la sua istallazione.
Sappiamo però che nei registri dei pagamenti della seconda metà del XVI secolo risultano modifiche e riparazioni all'orologio comunale. Da alcuni documenti gli storici hanno ipotizzato che l'installazione dell'orologio risalirebbe ad un periodo compreso tra il 1504 (anno di sopraelevazione della torre) e il 1563. Al 25 febbraio 1563, infatti, si riferiscono alcuni documenti di pagamento eseguito a favore di Nicolò Pozzonovo “per aggiustare le ore della piazza". Nel 1825 – per rendere omaggio all'imperatore Francesco I, di passaggio a Monselice con la famiglia reale – si procedette al posizionamento del nuovo quadrante dell'orologio in pietra di Costoza, che sostituì quello più antico, nonché dello stemma comunale dello stesso materiale. Nel 1881 il quadrante venne poi ulteriormente sostituito con uno trasparente che veniva illuminato dall'interno con due lanterne a petrolio. Nel 1895 con l'avvento dell'energia elettrica, l'illuminazione dell'orologio venne con lampadine elettriche. Nel 1940 si pensò di illuminarlo dall'esterno, e cioè mediante un faro che dal palazzo centrale della piazza proiettasse la luce sul quadrante. Tale innovazione ebbe, però, breve durata a causa, prima, dell'oscuramento imposto in tempo di guerra dalle incursioni aeree, e successivamente, dai danneggiamenti subiti all’impianto e al quadrante.
È importante sottolineare che, fin dal XVI sec. la Torre ospitava l’abitazione del custode, il quale, oltre all’obbligo di caricare, regolare e conservare l'orologio, aveva pure quello di suonare la campana nelle prescritte occasioni. L'ultimo custode che fruì di quella abitazione fu un certo Vidori detto “Careghetta”, sopranome preso dal mestiere di riparare e intagliare le sedie (che volgarmente venivano chiamate “careghe").
La Torre dell'Orologio è stata dichiarata monumento nazionale. Tutt’ora nel XXI sec. l’orologio con il suo scandire le ore è punto di riferimento per l'intera città, funziona e viene regolarmente caricato a mano seguendo una tecnica in auge fin dalla sua costruzione. Il caricamento dell’orologio viene effettuato dal 1990 dal signor Erminio Piva coadiuvato da qualche anno dal signor Italo Girotto in nome e per conto dell’Associazione Pro Loco Monselice che dal 2013 ha la sede ufficiale nella Torre.
A cura di Franca Donato e Alessia Contarin









Palazzo e Loggetta del Monte di Pietà  
Edificio di impianto quattrocentesco, ospitava in epoca veneziana il Monte di Pietà. Nel '600 venne aggiunta la Loggia, con colonne di ordine dorico e un'articolata scalinata a balaustre. Oggi è sede dell' Ufficio Accoglienza Turistica e della Biblioteca.
   










 
Chiesa di San Paolo e Cripta di S.Francesco  
L'edificio sorge sui resti di una antica chiesa altomedioevale.
Nella cripta paleocristiana si conservarono le reliquie di San Sabino, patrono della città, e un prezioso affresco raffigurante San Francesco d'Assisi, la più antica immagine del santo esistente nel Veneto.
La chiesa è destinata a Museo e archivio storico.










Il Castello  
Il Castello risulta dalla fusione di quattro nuclei principali edificati a partire dall' Alto Medioevo. Fu successivamente ristrutturato da Ezzelino da Romano e ampliato dai Carraresi, di cui rimane a testimonianza il celebre camino. Con la conquista veneziana il  Castello fu acquistato dalla famiglia patrizia dei Marcello, che ne completò la trasformazione in residenza. In epoca contemporanea fu riportato al suo passato splendore dal conte Cini, che lo arricchì con preziose collezioni di mobili, armi e suppellettili antiche.
Recentemente è stato allestito l' Antiquarium Longobardo che raccoglie le numerose testimonianze rinvenute sul colle della Rocca, tra cui una preziosa crocetta d'oro.
   












Ca' Nani Mocenigo  
Sontuoso edificio tardo rinascimentale costruito tra la fine del '500 e gli inizi del '600. Di notevole interesse la scenografica scalinata ornata da statue che collega i vari piani dei terrazzamenti del giardino. Sul muro di cinta figurano dei nani, allegoriche statue in pietra con chiara allusione al nome della famiglia patrizia veneziana che edificò Ca' Nani.
Di fronte il leggiadro edificio delle ex scuderie.
   











Antica Pieve di Santa Giustina  
E' il monumento religioso più rappresentativo della città, costruito nel 1256 in stile tardo romanico, con elementi decorativi gotici. La facciata è decorata da eleganti bifore e da un rosone centrale. Sopra l' ingresso, protetto da un pronao quattrocentesco, l'ammirevole scultura bassorilievo in pietra raffigurante l'Agnus Dei, di epoca medioevale.
All'interno si trovano tele, resti di affreschi e copia della "Madonna dell' Umiltà" risalente al XIV secolo, oltre ad un polittico quattrocentesco con Santa Giustina e Santi di scuola veneziana e 4 bassorilievi marmorei seicenteschi attribuiti a Giovanni Marchiori.
   









Porta Romana  
L'arco d' ingresso all'area sacra del Santuario Giubilare delle Sette Chiese, costruito nel 1651, è denominato "Porta Romana", o "Porta Santa".
L'iscrizione Romanis basilicis pares ricorda il collegamento con il pellegrinaggio alle basiliche romane.
   












Santuario Giubilare delle Sette Chiese  
Ideato e costruito da Vincenzo Scamozzi su commissione dei nobili veneziani Duodo tra il 1605 e il 1615. In quello stesso periodo i Duodo fecero costruire sei cappelle, lungo il pendio del colle, ottenendo da papa Paolo V la concessione delle stesse indulgenze accordate ai pellegrini che si recavano in pellegrinaggio alle sette basiliche maggiori in Roma. Le sei cappelle ospitano cinque pregevoli pale di Jacopo Palma il Giovane mentre in quella cointitolata ai santi Pietro e Paolo, vi è una pala attribuita al pittore bavarese Giovanni Carlo Loth.
   










Esedra di San Francesco Saverio  
Scenografica scalinata seicentesca. Sulla sommità una cappellina ricorda il soggiorno monselicense di san Francesco Saverio nel 1537.
   













Chiesa di San Giorgio  
Il santuario di San Giorgio, detto dei Santi, è il punto d' arrivo della via sacra.  Nel 1651 vennero traslati da Roma i corpi di tre martiri e numerose reliquie. L' interno, affrescato da Tommaso Sandrini, è abbellito anche da un pregevolissimo paliotto d' altare in intarsio marmoreo e pietre dure uscito dalla maestria della bottega dei Corberelli. La chiesa è meta di migliaia di visitatori e devoti per la festa di San Valentino che si celebra il 14 febbraio durante la quale un sacerdote impartisce la benedizione ai bambini e adulti e consegna loro una "chiavetta d'oro".
   











Villa Duodo  
L'edificio fu costruito in due momenti diversi: il corpo laterale sulla destra è opera di Vincenzo Scamozzi all'inizio del '600. La parte frontale, aggiunta nel 1740 su progetto di Andrea Tirali, è decorata da bassorilievi, e chiude lo spazio sulla pianura con una grande ala ad angolo retto.
   













Mastio Federiciano  
In cima al colle sono conservati i resti dell'imponente mastio, il Torrione, voluto dall'imperatore Federico II di Svevia nella prima metà del XIII secolo. A base troncopiramidale, la struttura difensiva era organizzata su più livelli.
   





















Chiesa di Santo Stefano  
Innalzata dai Domenicani e intitolata al protomartire Stefano, risale certamente ai secoli XIII e XIV, con strutture e forme romaniche.
   














Chiesa di San Tommaso  
La chiesa di San Tommaso Apostolo — detta anche "San Tomi,' (alla veneziana) - è situata sul versante nord-est del colte della Rocca ed è una delle più antiche di Monselice, sebbene non se ne conosca con esattezza l'epoca di costruzione (la struttura architettonica fa propendere per un periodo antecedente al secolo VIII) e sia stata rimaneggiata nei secoli. Viene citata per la prima volta in un documento del 828 nel quale Papa Gregorio IV conferma al monastero di Santa Giustina di Padova la proprietà dei beni.
Il sito dove sorge la chiesa ospitava un castrum di epoca bizantina che faceva parte di un sistema di fortificazione difensiva, ricostruito successivamente sotto la dominazione Longobarda, andando così a costituire un nucleo importante della fitta ed articolata rete di rocche, castelli e torrioni di guardia, innalzati sulle alture dei Colli Euganei. Questo testimonia anche il ruolo centrale che il colle aveva assunto diventando sede di funzioni militari, amministrative e politiche. Conferma della presenza del castrum si trova in un documento del 914 in cui si afferma che la chiesa di S. Tommaso è situata recto muro de ipso castello. Tra il IX e il XIII secolo il luogo ospitava un villaggio fortificato.
Tappa importante netta storia di questa chiesa è il 914, anno in cui il conte di Verona Ingelfredo - che a sua volta l'aveva ricevuta in concessione nel 906 dal Vescovo di Verona come ricompensa per la fedele servitù prestata - la dona al monastero femminile di San Zaccaria di Venezia (situato nell'isola di Rialto) assieme alla corte di Petriolo. (secondo alcuni storici il nome è dovuto alle cave di pietra situate sulle coste detta Rocca), che si estendeva dalle propaggini meridionali detta Rocca a quelle del Monte Ricco verso est (restando però al di qua del corso d'acqua detto Vigenzone), e si spingeva sino ai confini con Pernumia. La cessione della chiesa, assieme agli altri possedimenti della Corte, ci fa capire come all'epoca le chiese dipendessero talmente tanto dal Signore da diventare un elemento integrante della Corte stessa.
La Pieve, per motti anni viene coinvolta nelle contese sorte intorno alta Corte di Petriolo, soprattutto da parte dell'abbazia di Santa Maria della Vangadizza, dei vescovi di Padova e di Vicenza e del Monastero di Santa Giustina di Padova.
Nel Basso Medioevo, dopo il florido periodo altomedievale, la chiesa di San Tommaso va incontro ad un lento declino: alta fine del 1400 durante una visita vescovi. viene trovata in pessimo stato e minacciante rovina; non venivano quasi mai celebrate messe e non era più conservato il Santissimo Sacramento, di conseguenza i suoi parrocchiani venivano battezzati e ricevevano tutti i sacramenti presso la pieve di Santa Giustina. Nel 1500 viene parzialmente ristrutturata.
Nel 1610 fu costruita l'abside e nel 1676 vennero aperte le due profonde cappelle laterali, danneggiando in parte gli affreschi duecenteschi. Nella prima metà del 1800 si concretizza l'ultimo tentativo di un rilancio, che però si rivela infruttuoso. Nel 1832 viene rifatta la casa canonica e riedificata la torre campanaria, che sorge sul lato a sud-ovest.
Data la sua posizione di marginalità, con lo sviluppo urbano, la chiesa viene a trovarsi in una situazione di periferia rispetto al centro cittadino.
Nel 1919 San Tommaso diventa succursale del Duomo e cessa di avere funzioni parrocchiali. Viene aperta alle sacre funzioni, salvo casi speciali, soltanto nel giorno del Redentore e nella festa del Santo Titolare (3 luglio). Viene dismessa nel Secondo dopoguerra anche se, fino al 1956, l'8 settembre veniva venerata la Madonna del Pomo, ricorrenza che prende il nome da una vecchia statua policroma di una Madonna, con in mano una mela, ospitata all'interno della chiesa. La statua verrà poi prelevata ed esposta nel Duomo.
Nella chiesa di San Tommaso il 25 aprile veniva venerata anche Santa Eurosia, patrona dei fulmini e della tempesta. Quando Monselice era prevalentemente rurale, si ricorreva alta sua intercessione per allontanare i nubifragi e per salvare il raccolto dei campi. Si diffonde così l'abitudine di esporre l'effigie della Santa nei fienili e nelle barchesse, analogamente a quello che accadeva nelle stalle dove venivano esposte l'effigie di San Antonio Abate o di San Bovo. Su una parete della chiesa erano appesi alcuni modestissimi ex voto tra cui un piccolo quadro ad olio, raffigurante Santa Eurosia (ora di proprietà della Provincia di Padova). Nel corso di alcuni lavori di restauro fu trovata una stampa raffigurante la. Santa: si tratta di un disegno in bianco e nero di tipo popolare molto in uso nel settecento e denominato “stampe per via”.
Verso la fine degli anni '80 grazie all'intervento del dott. Aldo Businaro - grande cultore del patrimonio locale - e del Consorzio per la valorizzazione dei Colli Euganei (che negli anni'90 ha acquistato San Tommaso) sono stati promossi notevoli lavori di restauro eseguiti dalla Soprintendenza ai monumenti di Venezia. Tali lavori hanno svelato l’impianto alto medievale come dimostra la pianta a navata centrale con doppia absidiola (in origine forse le absidiole erano 3, come emerge dai rilievi effettuati durante i restauri) contenente affreschi pregiotteschi risalenti ad un arco temporale compreso tra il XII e il XIV secolo. È stato rinvenuto anche un soffitto a cassettoni in legno (originale), in parte dipinto, e il pavimento in laterizi a spina di pesce. I lavori hanno portato alla luce anche due altari: uno in pietra nella navata centrale dedicato al Santissimo Sacramento, con tabernacolo in marmo affiancato da statue di San Zaccaria e di San Tommaso; l'altro, sempre in marmo originale, è situato nella Cappella laterale a sinistra e nelle sue vicinanze si possono ammirare dipinti raffiguranti Maria Vergine della Consolazione, S. Monica e S. Agostino. I restauri hanno portato alla luce anche la ”ruota degli esposti", dove venivano depositati i neonati abbandonati dai genitori. Una curiosità della navata centrale è il segno, ancora visibile, che separava la zona riservata alle donne da quella riservata agli uomini.
La chiesa, a sinistra della navata centrale sulla parete nord presenta tre diversi episodi figurativi attribuiti a mani distinte, ma comunque stilisticamente abbastanza omogenei, la cui datazione secondo Cozzi va scaglionata entro gli ultimi tre decenni del Duecento.
Il ciclo più completo comprende otto figure e presumibilmente raffigura l'Ultima Cena: sono conservati i busti più o meno frammentari di otto apostoli, seduti dietro la tavola imbandita, ma purtroppo è andata perduta la zona mediana del dipinto, che doveva mostrare la figura di Cristo e dei quattro apostoli mancanti.
In un altro riquadro, databile in epoca posteriore al precedente, è visibile un Sunto in abiti da pellegrino e una Madonna con Bambino, che richiama lo stile bizantino. L’affresco è dedicato alla Vergine Maria e ai Santi patroni Tommaso e Zeno.
Nel riquadro, in prossimità dell'abside, (che viene da molti considerato il più antico) si nota una scena pastorale facente parte di una più ampia raffigurazione della Natività e che può essere interpretata come un Annuncio ai pastori. È interessante notare l‘uso delle lumeggiature "a pettine" nella resa delle balze rocciose animate da due pecore e un cane, manierismo che, in modo assai più insistito, si ritrova nella veste "ageminata" di una Santa duecentesca del duomo di Cittadella. Adiacente a questo affresco, si trova una seconda scena, dedicata alla Madonna con Bambino affiancata da una figura maschile, che da alcuni studiosi viene interpretata come la rappresentazione di un evangelista (Luca con ogni probabilità), o San Zaccaria.
A cura di Franca Donato e Alessia Contarin
   













Chiesa di San Martino  
La chiesa originaria di San Martino in Piano risale al X secolo e apparteneva al monastero benedettino di Santa Giustina in Padova.
Ristrutturata nel '700, contiene al suo interno pregevoli opere: l'altare marmoreo attribuito al Torretto; un ciclo pittorico dei Santi Apostoli attribuito a Vincenzo Damini e alcuni dipinti della scuola di Gaspare Diziani. La chiesa è meta di fedeli e devoti per la festa di Santa Lucia che si celebra il 13 dicembre.
   










Chiesa e Convento di San Giacomo  
Sorto nel 1162 come ospedale per il ricovero di poveri e pellegrini, venne trasformato nel secolo successivo in monastero benedettino. Dopo un periodo di prosperità, conobbe un lento degrado e venne affidato ai canonici di San Giorgio in Alga. Dal 1677 è sede di una comunità francescana dei Frati Minori. All' interno della chiesa, dedicata a San Giacomo Maggiore, è conservato un pregevole ciclo pittorico del fiammingo Michele Desubleo, opere di Jacopo Palma il Giovane e di Gianbattista Maganza.
Nell'anno del Giubileo 2000, riprendendo l'antico ruolo di ospizio dei pellegrini Jacopei, una parte del convento è adibita ad ostello.
   










Villa Pisani
L’edificio di Villa Pisani-Serena costituisce uno degli esempi più significativi dell’eredità veneziana con Ca’Marcello e il complesso santuariale di Villa Duodo, una delle passeggiate più affascinante dei Colli Euganei. Anche dal punto di vista artistico es
so si propone all’attenzione dei concittadini e dei numerosi turisti che ormai frequentano la Città della Rocca.
Infatti gli “affreschi di Villa Pisani, documentata già nel 1566 nella - condizione di redecima - di Francesco Pisani lungo il canale che collegava Padova ai centri della Bassa, costituiscono un interessante episodio nella storia dei frescanti di scuola veronesiana attivi dopo l’impresa del maestro in villa Barbaro a Maser. Si ispira infatti a Paolo Caliari detto il Veronese sia lo schema decorativo sia la scelta dei soggetti: particolarmente felici i grandi paesaggi che si offrono al di là della finta loggia al piano nobile, vicini a quelli dell’illustre modello per elementi costitutivi e modalità di esecuzione. Si veda, ad esempio la veduta con la rovina di anfiteatro ricoperta di frasche, realizzate con delicati tocchi di pennello, mentre in secondo piano spiccano un tempio ispirato al Pantheon e la Meta Romuli. Prossimo ai paesaggi presenti a Maser (non si esclude il probabile impiego delle medesime fonti incisorie, minimamente varianti) è quello che si staglia sulla parete lunga di destra, ove un albero a fronde rade funge da quinta prospettica per la veduta retrostante, caratterizzata dal monumentale edifico colonnato e dal corso di un fiume a cascatelle. Il committente di gran parte del cielo fu con ogni probabilità il Francesco Pisani costruttore della villa palladiana di Montagnana.
Per quanto “la piccola casa” di Monselice non rivestisse agli occhi del patrizio la stessa importanza di quest’ultima, è verosimile che prima della morte (1567) Pisani promuovesse l’esecuzione di almeno una parte della decorazione interna d’una residenza nella quale era uso fare tappa sulla strada del trasferimento a Montagnana. Quasi certamente in relazione con Paolo Veronese (al quale aveva commissionato la pala del duomo di Montagnana), Pisani avrebbe potuto rivolgersi a Caliari in vista del nuovo progetto, venendo poi dirottato verso maestranze attive nell’orbita del grande maestro. Corrispondenze non casuali tra le figure allegoriche nella villa Di Rovero a Caerano di San Marco e quelle affrescate nel salone al piano nobile dimostrando la quasi sovrapposizione dei due cicli e l’utilizzo di medesimi prototipi (si vedano le torsioni e certi particolari morelliani come le caviglie e i volti). In ogni modo, è la fattura dei particolari decorativi a dimostrare una comune cifra stilistica. Rispetto alla semplificata impaginazione della villa trevigiana, a Monselice appare maggiormente sviluppata la ricerca di artifici ed effetti illusivi, in relazione con Maser, ma anche con l’apparato pittorico dispiegato nella navata della chiesa veneziana di San Sebastiano, al punto che certi effetti teatrali, come logge che con erme che traforano le pareti lunghe nel salone  al piano terra, si mostrano più sensibili a quest’ultima impresa veronesiana. Le stanze affrescate che si aprono oltre il salone passante del pi  ano nobile sono datate invece attorno al 1580 e attribuite in via ipotetica a Benedetto Caliari, fratello di Paolo, con aiuti”.
(scheda tratta da G. Ravanello – V. Mancini, Gli affreschi nelle ville venete. Il Cinquecento, Marsilio ed. 2009, p. 364-67)
Dopo l’acquisto della Villa da parte del Comune, negli anni post bellici è stata utilizzata come sede dell’attesa scuola media, prima che nuovi e moderni edifici venissero incontro alle aumentate esigenze di scolarizzazione ed ora, dopo il felice restauro e l’inaugurazione avvenuta domenica 11 maggio 2014, si propone come una tessera insostituibile del prestigioso patrimonio monumentale accanto al rinato Palazzo della Loggetta.
   

 
     
 












Villa Contarini  
Costruita lungo il canale Bisatto, la villa è citata nei documenti già nel 1581. L' interno decorato con pregevoli stucchi settecenteschi, rispecchia il tipico impianto delle ville venete. Conserva antichi e notevoli lampadari di vetro policromo di Murano.











Villa Emo Capodilista (loc. Rivella)  
Attribuita a Vincenzo Scamozzi, la cinquecentesca Villa Emo sorge ai piedi dei Colli Euganei non lontano da Monselice. 
Il giardino che la circonda è classicamente all'italiana. Esso unisce a elementi tipicamente veneto-rinascimentali, quali la carpineta, il brolo e le peschiere, una straordinaria quantità e varietà di fiori. 
VISITE
Sabato ore 14 - 19 - Domenica e festivi ore 10 - 19
Gruppi: tutti i giorni su prenotazione
Tel. 0429 781987 - 781970
Informazioni:  villaemo@villaemo.ithttp://www.villaemo.it








Villa Buzzaccarini (loc. Marendole) 
La villa risale al XVI secolo come testimonia un documento d’archivio datato 1580. Dal primo nucleo si sviluppa il complesso, nel Settecento cintato da un muro, costituito da più corpi: la villa cinquecentesca, quella ottocentesca, gli annessi rustici, la cappella, i giardini interni, il brolo, il parco, la ghiacciaia.
Un antica incisione ci mostra la costruzione cinquecentesca com’era un tempo con aiuole all’italiana, vasi di limoni e cortile. L’edificio è a pianta quadrangolare e si eleva su due piani, più le soffitte; il piano inferiore ad uso dispensa e cantina, è seminterrato; l’ingresso, posto sul piano nobile, è raggiunto da una scala a doppia rampa. Gli interni sono suddivisi secondo la tradizionale tripartizione alla veneta con salone centrale e quattro stanze ai lati; si conservano travi decorati nei solai, e tempere settecentesche. Nelle cantine è rimasto un camino monumentale cinquecentesco.
Di fronte, sorge la coeva abitazione colonica e, accanto ad essa, la barchessa ottocentesca a forma di “L”, aperta sul cortile interno con un loggiato. La villa ottocentesca comprende più edifici preesistenti, unificati da un coronamento merlato nel 1909.
Di fianco alla casa si erge la chiesetta di S. Luigi, cappella privata di famiglia; l’elaborata costruzione di stile tardo barocco, è attribuibile a Giovanni Gloria.
http://www.villabuzzaccarini.it